Isla del Sol
Trascrivo queste parole scritte ieri, intento a calcare il polso mentre un hippie colombiano mi guardava dall'alto al basso, con un porro al lato della bocca e davanti a me lo spettacolo della baia di Chaiapampa. La Isla del Sol, Maria e la buena onda.

Ma incominciamo dall'inizio; mi alzo prima della sveglia riempio lo zaino e mi avvio al porto. Sento una voce che dice "Enricooo", e attaccato alla porta c'e' Joeren che mi invita ad entrare. Fa parte del viaggio incontrare alcune persone piu' volte e in posti differenti e queste inevitabilmente diventano speciali. Joeren e' la terza volta che lo incontro; la prima fu a Tarija in Argentina (mentre parlava con le due oceaniste o oceanografiche (che anche loro rivedevamo per la seconda volta dalla cena del giorno prima da Mamacoca al cerro dei sette colori...)). La seconda fu a Villazon al terminal degli autobus (che anche lui povera vittima delle ferrovie boliviane) dove ci scambiammo qualche parola e osservammo un armadio a due ante entrare nella pancia del nostro bus, un primo assaggio della Bolivia! Ricordo ancora quel viaggio incredibile: avevamo i biglietti con i posti separati ma ci sedemmo lo stesso difianco pronti a proporre lo scambio del biglietto. Ma il tempo passava e nessuno arrivava e alla fine il bus e' partito e incomincia il thriller; alla prima fermata dopo pochi minuti entra una donna con in braccio un bambino seguita da una nonnina che mi puntano dall'inizio del corridoio. Ma nessuna delle due reclama il posto e tiro un sospiro di sollievo ma la nonnina rimane li, in piedi in mezzo al corridoio, senza il posto. Che faccio? Mi alzo e la faccio accomodare... Il Bus boliviano intanto incomincia a farmi assaggiare l'ondulato terreno andino sballottandomi da un lato all'altro e facendomi gia' pentire della mia cordialita' e allora mi guardo in giro in cerca di un sedile vuoto ed in effetti c'e' un altro posto libero. E' in fondo al lato di una ragazza. Mi siedo parliamo il pullman e' pieno e c'e' buena onda. Poco fuori Villazon il bus implacabilmente si ferma di nuovo e tira su altre due persone che caracollano con il biglietti stretto nei pugni e guarda caso hanno il 73 e il 74, proprio i nostri posti. Ci guardiamo e sorridiamo e ci alziamo insieme e ciondoliamo per ore in piedi nel corridoio fino a che il bus rigurgita qualche passeggero e troviamo due posti liberi e ci sediamo e parliamo tranquillamente per gran parte del viaggio e ci prende la paralisi da sorriso. Tutto questo mentre il paesaggio di rocce, canyon, vegetazione scarsa, cactus aridume da far west ci scorre ai lati imprimendosi nella mia mente. Il bus entra nella stazione di Tupiza e inizia il trambusto della discesa, con recupero-borse e discesa lentissima. Ana riesce ad infilarsi nel corridoio, e subito dopo ci provo anch'io ma vengo rimbalzato una, poi due, tre volte, e mi rassegno e finisce che sono l'ultimo ad uscire. Scendo dall'ultimo scalino con il sorriso paralitico e mi trovo davanti la mia prima notte boliviana (e ho un assaggio di quel cielo stellato che mi accompagnera' per i successivi giorni). Bueno cerco Ana ma non c`'e', sara' dall'altro lato del bus penso, giro l'angolo e mi trovo davanti a Joeren.
La terza volta che lo vidi e' stata stamattina quando mi sono girato e lui mi ha fatto cenno di entrare e abbiamo fatto colazione insieme a sua sorella entrambi con un collo lungo e la testa un po' schiacciata e delle grosse labbra olandesi e ci facciamo domande per passare il tempo che ci divide dalla separazione loro a La Paz, io alla Isla del Sol. Ed e' cosi' che mi rimetto lo zaino in spalla e scendo al porto dove scorgo subito il sombrero di Paul, unghie mangiucchiate direttamente da London UK, capelli lunghi e lisci viso tondeggiante assomiglia a Paul McCartney a 40anni. Mi siedo su un muretto e lui mi passa davanti e si siede a un paio di metri. Parliamo del Peru, mia prossima meta. Mi mostra un piano di viaggio impeccabile con i riferimenti sulla Lonely Planet e con tutti quegli indirizzi che equivalevano a montagne di turisti che parlano inglese e mi passa la voglia. Arriva la barca saliamo ed e' una babilonia. Turisti di tutte le provenienze ammucchiati in pochi metri quadri. C'e' Paul l'inglese, ci sono Sven e Shin una strana coppia di viaggio (i gruppi si formano per affinita' energetica?) tedesco e giapponese che parlano in spagnolo, Shin che tira fuori un portacenere da viaggio! poi nel mucchio ci sono i sempre presenti newzelandesi che non spiaccicano una parola e se lo fanno non si capisce, due signori baffuti e baschi, tre ragazzi tedeschi che in spagnolo mi hanno spiegato che stanno in Peru a fare volontariato per un anno (in alternativa al servizio di leva, non male), Jacob colombiano gay che vive nella terra del caffe'. E poi c'e' Maria ma in questa occasione la vedo di sfuggita (o forse e' un'allucinazione da ricordo, oblio..). Stiamo tutti ammucchiati sul tetto della barca indossando saggiamente sombreri (eccetto qualche pazzo, io, che si vanta del sombrero naturale) e fumando sigarette usando il posacenere di Shin mentre Paul litiga con il ragazzino dei biglietti. Io Sven e Shin siamo gli unici ad aver portato lo zaino grosso, il resto della comitiva infatti visita la isola in giornata e se ne torna tranquilla alla civilizzata Copacabana. La Isla del Sol sta' incuneata nel Lago Titicata quanto basta per crearne la forma 'a leopardo' (Titi), fu una isola sacra per le popolazioni pre incaiche e per gli Inca, il sole aveva un ruolo predominante nella visione panteistica incaica (mi hanno detto che e' uno dei tre punti energetici principali dell'america latina, dopo Chicheniza e la valle di Cuzco. Sta' di fatto che quando sbarco sull'isola, nella zona nord (intanto Sven e Shin erano scesi in quella sud, ma ci reincontreremo due giorni..) e il paradiso. I colori della mattina, il lago azzurro con sfumature trasparenti caraibiche, un golfo con spiaggia bianca, una barchetta attraccata e mi giro di spalle e vedo un dente d'oro che mi guarda e tutto intorno un signora (Clotilde) che mi offre alloggio con terrazza a pochi pesos. Lascio lo zaino nella mia nuova casa e visito il museo e poi mi incammino per il sentiero che costeggia la costa (ed e' spettacolo!) verso le rovine inca.
Arrivo dove si dovrebbe trovare la pietra sacra, mi rigiro in mano la mappa stampata sul retro del biglietto del museo e non vedo nulla ma ecco una pietra che spunta dai muretti sardi e giro l'angolo salgo una scaletta e mi trovo in uno spiazzo con la pietra sacra ad un lato e intorno dei turisti con una donna quechua (forse la guida) e poi dall'altro lato una tavola che pare antichissima, fatta di una sola grossa lastra di pietra, e dietro una invitante panca e mi siedo e comodamente osservo mentre nessuno mi bada. Il gruppetto e' composto da quattro persone, tre ascoltano mentre la donna parla e racconta della stele e i tre ogni tanto interrompono e domandano in spagnolo. Poi l'armonia viene interrotta dall'arrivo di una bambina con al seguito una coppia di turisti forse tedeschi e dice qualcosa in aymara all'altra donna che improvvisamente propone a tutti i presenti di farci da guida fino oltre il promontorio, dove si trova il labirinto degli inca. Io dico "OK". La coppia si dilegua immediatamente inseguita dalla guida e i tre tacciono, si guardano dubbiosi "per me si puo' fare" insisto rivolto verso il maschio capobranco che pero' non risponde. (nb mentre scrivo questo due pecore ed un agnello mi passano al lato, dirette all'ovile?). "Bisogna capire quanto chiede" dice la rossa, e ci accordiamo sul prezzo e quando arriva la donna non dobbiamo insistere piu' di tanto e partiamo tutti e cinque. Mentre percorriamo il sentiero ci mischiamo in gruppetti e ci presentiamo parliamo di noi o del piu' e del meno; Pierre, francese di Marseille, piccolino con la testa schiacciata da un berretto pescatore e pantaloncini corti e grosse scarpe da trekking che parla spagnolo per via di un trascorso lavorativo a Madrid; Gael, una gigante gaelica-bretone, taciturna e sorridente con un enorme zaino sulle spalle; Fausta la guida (e c'e' buena onda) una dei 5000 abitanti dell'isola che dice di conoscere la proprietaria del mio alloggio che la Isla e' un'isola e tutti si conoscono, nel bene e nel male. E infine Maria valenciana visino furbo mentre si allaccia i capelli rossi e aggiusta lo zaino boliviano, mi dice che restera' a dormire sull'isola e non perdo tempo e le dico di venire dove sto' io, le parlo della terrazza e annuisce e questo mi illude, ma vediamo il perche': parlando con la guida salta fuori che dormo a Challapampa, nel nord dell'isola e Maria forse triste forse sollevata mi dice che e' un peccato lei voleva dormire a Yumani al sud per visitare tranquillamente la Isla de la Luna. Cosi' come fanno la maggior parte dei turisti, penso, che pero' poi vengo reimbarcati per Copacabana. Poco male ma in verita' mi dispiace.
Continuiamo la visita e infine siamo al labirinto degli Inca dove secondo la leggenda chi si perde ha qualche nodo da sciogliere nella sua vita. La guida se ne va e mi perdo due volte prima di ritrovare il punto di partenza; finisco in stanze senza uscita, ma in compenso trovo un punto panoramico. Saluto la comitiva baci e abbracci buon viaje mucha suerte, mucho gusto e mi siedo per terra stendo il telo e mi appresto a mangiare le lasagne del lago titicaca, avanzate da ieri e bellamente impacchettate da Stefano e Raquel. E proprio mentre mi appresto ad azzannare la prima forchettata che sento un rumore, e' Pierre perso anche lui e lo saluto augurandoci buon viaje e tutto il resto e se ne va e mi riappresto ad azzannare la lasagna che sento ancora Pierre, che deve aver dimenticato qualcosa, invece e' Maria che si siede al mio fianco, apre lo zaino andino e tira fuori queso, chorizo, tomate y pan. Ho sempre invidiato quei viaggiatori che aprono lo zaino e tirano fuori scatolette di plastica trasparente pieni di alimenti del posto ortaggi verdure e frutta. Le faccio assaggiare le magnifiche lasagne di Raquel e in cambio ricevo un mini sandwich che mi ricorda l'Italia (il chorizo e' una specie di salame..) e alcune parole, mi racconta del suo viaggio. Maria vive a Edinburgo-Scozia e' insegnante di spagnolo e inglese ed e' in viaggio da undici mesi, lavorando in Nuova Zelanda che pare sia il paradiso dei viaggiatori (natura, lavoro in abbondanza e buona paga). Il suo viaggio e' iniziato in Thailandia poi Laos Malesia Australia N.Zelanda Chile Peru e infine Bolivia, Isla del Sol. E mi parla della Scozia e dice che e' arrivato il momento di tornare a casa. Ma ecco che spunta la testa di Pierre: ¿Mariaaa vamonos? E Maria che stava masticando gli dice di incominciare ad andare avanti che li raggiunge, Pierre come risposta emette una specie di grugnito. E' questo il momento che incominciamo a parlare di cazzate e il tempo passa senza che ci mostriamo per quello che siamo, che tanto siamo destinati alla separazione. Sara' passata una mezz'ora che rispunta il piccolo Pierre con Gael a separarci ed e' quasi un sollievo e ritorniamo fino al bivio che divide le nostre strade e ci salutiamo un'altra volta.
Camminando penso a quel panorama magnifico e mi riprometto di ritornarci ma il destino a ben altro in mente per me. Quando sono quasi arrivato a Challapampa mi ricordo del bar buena-onda e mi fermo proprio ai piedi e salgo la scalinata e col fiatone mi siedo sotto al tetto di paglia e un hippie colombiano mi serve questa deliziosa spremuta di ananas che mi sto' scolando proprio ora, mentre ti racconto queste cose. h 16,30
h 23:00
Ne sono successe di cose, c'e' stato un momento che la serata si poneva pessima, cenando in tavolata improvvisata, io estraniato dai monologhi di un'americano nepalese, la lituana che stava mezza addormentata e il lituano preoccupato di fare una domanda ogni tanto e Andreas che incitava il protagonista assoluto con espressioni di stupore e domande ben mirate.
Andreas e' londinese ma parrebbe tedesco, l'ho incontrato camminando per Challapampa, andavo in cerca del sole che ancora illuminava un prato oltre il promontorio. In chi mi imbatto? In Andreas che tornava da li ed e' subito buena onda. "Vado in cerca del sole" gli dico e lui sorride e non dice niente. Mi dirigo verso la luce preceduto dall'immancabile cane-guida (e' la terza volta che un cane mi fa da guida, Iruya Cajamarca e ora la Isla,,, tre posti magnifici) e percorro un sentuiero costeggiando la baia dove un barca galleggia e sopra un pescatore intento a tirare la sua rete, e a ridosso della collina, giro un'angolo e mi trovo davanti l'ennesimo spettacolo: lo sfondo delle vette innevate e davanti a me il verde di un campo da calcio immenso.
Ritorno al pueblo con questa immagine nella mente, compiaciuto caracollo sulla playa e ci trovo il biondo Andreas intento a comprare cose alla tienda-kiosko e lo saluto "hola amigo" e tiro dritto verso una coppia di anziani che mirano l'orizzonte e guardo e il cielo e' viola e un'altra volta godo dei miei occhi. Mi siedo sul muretto e con la coda dell'occhio vedo Andreas al mio fianco, tutto questo mentre un'asino bruca ai miei piedi. Infine arrivano i lituani attratti dal nostro essere gli unici turisti nell'arco di km (eccettuata la coppia di vecchietti) e si va tutti a cenare insieme al 'coca bar' di Beto (l'hippie colombiano) e Georgina e al suo splendido panorama. Quando entro nella veranda del bar, forse preso da masochistica euforia da socializzazione, attacco discorso con l'americano che mi asciughera' per tutta la sera. Finalmente la cena finisce e il gruppo si screma e rimaniamo noi quattro a parlare ed e' subito feeling e la sensazione e' di aver trovato delle persone speciali.
Ritorno a casa e la sabbia e' neve, Challapampa un villaggio alpino e il lavabo fosforescente. Potere della luna piena...

Ma incominciamo dall'inizio; mi alzo prima della sveglia riempio lo zaino e mi avvio al porto. Sento una voce che dice "Enricooo", e attaccato alla porta c'e' Joeren che mi invita ad entrare. Fa parte del viaggio incontrare alcune persone piu' volte e in posti differenti e queste inevitabilmente diventano speciali. Joeren e' la terza volta che lo incontro; la prima fu a Tarija in Argentina (mentre parlava con le due oceaniste o oceanografiche (che anche loro rivedevamo per la seconda volta dalla cena del giorno prima da Mamacoca al cerro dei sette colori...)). La seconda fu a Villazon al terminal degli autobus (che anche lui povera vittima delle ferrovie boliviane) dove ci scambiammo qualche parola e osservammo un armadio a due ante entrare nella pancia del nostro bus, un primo assaggio della Bolivia! Ricordo ancora quel viaggio incredibile: avevamo i biglietti con i posti separati ma ci sedemmo lo stesso difianco pronti a proporre lo scambio del biglietto. Ma il tempo passava e nessuno arrivava e alla fine il bus e' partito e incomincia il thriller; alla prima fermata dopo pochi minuti entra una donna con in braccio un bambino seguita da una nonnina che mi puntano dall'inizio del corridoio. Ma nessuna delle due reclama il posto e tiro un sospiro di sollievo ma la nonnina rimane li, in piedi in mezzo al corridoio, senza il posto. Che faccio? Mi alzo e la faccio accomodare... Il Bus boliviano intanto incomincia a farmi assaggiare l'ondulato terreno andino sballottandomi da un lato all'altro e facendomi gia' pentire della mia cordialita' e allora mi guardo in giro in cerca di un sedile vuoto ed in effetti c'e' un altro posto libero. E' in fondo al lato di una ragazza. Mi siedo parliamo il pullman e' pieno e c'e' buena onda. Poco fuori Villazon il bus implacabilmente si ferma di nuovo e tira su altre due persone che caracollano con il biglietti stretto nei pugni e guarda caso hanno il 73 e il 74, proprio i nostri posti. Ci guardiamo e sorridiamo e ci alziamo insieme e ciondoliamo per ore in piedi nel corridoio fino a che il bus rigurgita qualche passeggero e troviamo due posti liberi e ci sediamo e parliamo tranquillamente per gran parte del viaggio e ci prende la paralisi da sorriso. Tutto questo mentre il paesaggio di rocce, canyon, vegetazione scarsa, cactus aridume da far west ci scorre ai lati imprimendosi nella mia mente. Il bus entra nella stazione di Tupiza e inizia il trambusto della discesa, con recupero-borse e discesa lentissima. Ana riesce ad infilarsi nel corridoio, e subito dopo ci provo anch'io ma vengo rimbalzato una, poi due, tre volte, e mi rassegno e finisce che sono l'ultimo ad uscire. Scendo dall'ultimo scalino con il sorriso paralitico e mi trovo davanti la mia prima notte boliviana (e ho un assaggio di quel cielo stellato che mi accompagnera' per i successivi giorni). Bueno cerco Ana ma non c`'e', sara' dall'altro lato del bus penso, giro l'angolo e mi trovo davanti a Joeren.
La terza volta che lo vidi e' stata stamattina quando mi sono girato e lui mi ha fatto cenno di entrare e abbiamo fatto colazione insieme a sua sorella entrambi con un collo lungo e la testa un po' schiacciata e delle grosse labbra olandesi e ci facciamo domande per passare il tempo che ci divide dalla separazione loro a La Paz, io alla Isla del Sol. Ed e' cosi' che mi rimetto lo zaino in spalla e scendo al porto dove scorgo subito il sombrero di Paul, unghie mangiucchiate direttamente da London UK, capelli lunghi e lisci viso tondeggiante assomiglia a Paul McCartney a 40anni. Mi siedo su un muretto e lui mi passa davanti e si siede a un paio di metri. Parliamo del Peru, mia prossima meta. Mi mostra un piano di viaggio impeccabile con i riferimenti sulla Lonely Planet e con tutti quegli indirizzi che equivalevano a montagne di turisti che parlano inglese e mi passa la voglia. Arriva la barca saliamo ed e' una babilonia. Turisti di tutte le provenienze ammucchiati in pochi metri quadri. C'e' Paul l'inglese, ci sono Sven e Shin una strana coppia di viaggio (i gruppi si formano per affinita' energetica?) tedesco e giapponese che parlano in spagnolo, Shin che tira fuori un portacenere da viaggio! poi nel mucchio ci sono i sempre presenti newzelandesi che non spiaccicano una parola e se lo fanno non si capisce, due signori baffuti e baschi, tre ragazzi tedeschi che in spagnolo mi hanno spiegato che stanno in Peru a fare volontariato per un anno (in alternativa al servizio di leva, non male), Jacob colombiano gay che vive nella terra del caffe'. E poi c'e' Maria ma in questa occasione la vedo di sfuggita (o forse e' un'allucinazione da ricordo, oblio..). Stiamo tutti ammucchiati sul tetto della barca indossando saggiamente sombreri (eccetto qualche pazzo, io, che si vanta del sombrero naturale) e fumando sigarette usando il posacenere di Shin mentre Paul litiga con il ragazzino dei biglietti. Io Sven e Shin siamo gli unici ad aver portato lo zaino grosso, il resto della comitiva infatti visita la isola in giornata e se ne torna tranquilla alla civilizzata Copacabana. La Isla del Sol sta' incuneata nel Lago Titicata quanto basta per crearne la forma 'a leopardo' (Titi), fu una isola sacra per le popolazioni pre incaiche e per gli Inca, il sole aveva un ruolo predominante nella visione panteistica incaica (mi hanno detto che e' uno dei tre punti energetici principali dell'america latina, dopo Chicheniza e la valle di Cuzco. Sta' di fatto che quando sbarco sull'isola, nella zona nord (intanto Sven e Shin erano scesi in quella sud, ma ci reincontreremo due giorni..) e il paradiso. I colori della mattina, il lago azzurro con sfumature trasparenti caraibiche, un golfo con spiaggia bianca, una barchetta attraccata e mi giro di spalle e vedo un dente d'oro che mi guarda e tutto intorno un signora (Clotilde) che mi offre alloggio con terrazza a pochi pesos. Lascio lo zaino nella mia nuova casa e visito il museo e poi mi incammino per il sentiero che costeggia la costa (ed e' spettacolo!) verso le rovine inca.
Arrivo dove si dovrebbe trovare la pietra sacra, mi rigiro in mano la mappa stampata sul retro del biglietto del museo e non vedo nulla ma ecco una pietra che spunta dai muretti sardi e giro l'angolo salgo una scaletta e mi trovo in uno spiazzo con la pietra sacra ad un lato e intorno dei turisti con una donna quechua (forse la guida) e poi dall'altro lato una tavola che pare antichissima, fatta di una sola grossa lastra di pietra, e dietro una invitante panca e mi siedo e comodamente osservo mentre nessuno mi bada. Il gruppetto e' composto da quattro persone, tre ascoltano mentre la donna parla e racconta della stele e i tre ogni tanto interrompono e domandano in spagnolo. Poi l'armonia viene interrotta dall'arrivo di una bambina con al seguito una coppia di turisti forse tedeschi e dice qualcosa in aymara all'altra donna che improvvisamente propone a tutti i presenti di farci da guida fino oltre il promontorio, dove si trova il labirinto degli inca. Io dico "OK". La coppia si dilegua immediatamente inseguita dalla guida e i tre tacciono, si guardano dubbiosi "per me si puo' fare" insisto rivolto verso il maschio capobranco che pero' non risponde. (nb mentre scrivo questo due pecore ed un agnello mi passano al lato, dirette all'ovile?). "Bisogna capire quanto chiede" dice la rossa, e ci accordiamo sul prezzo e quando arriva la donna non dobbiamo insistere piu' di tanto e partiamo tutti e cinque. Mentre percorriamo il sentiero ci mischiamo in gruppetti e ci presentiamo parliamo di noi o del piu' e del meno; Pierre, francese di Marseille, piccolino con la testa schiacciata da un berretto pescatore e pantaloncini corti e grosse scarpe da trekking che parla spagnolo per via di un trascorso lavorativo a Madrid; Gael, una gigante gaelica-bretone, taciturna e sorridente con un enorme zaino sulle spalle; Fausta la guida (e c'e' buena onda) una dei 5000 abitanti dell'isola che dice di conoscere la proprietaria del mio alloggio che la Isla e' un'isola e tutti si conoscono, nel bene e nel male. E infine Maria valenciana visino furbo mentre si allaccia i capelli rossi e aggiusta lo zaino boliviano, mi dice che restera' a dormire sull'isola e non perdo tempo e le dico di venire dove sto' io, le parlo della terrazza e annuisce e questo mi illude, ma vediamo il perche': parlando con la guida salta fuori che dormo a Challapampa, nel nord dell'isola e Maria forse triste forse sollevata mi dice che e' un peccato lei voleva dormire a Yumani al sud per visitare tranquillamente la Isla de la Luna. Cosi' come fanno la maggior parte dei turisti, penso, che pero' poi vengo reimbarcati per Copacabana. Poco male ma in verita' mi dispiace.
Continuiamo la visita e infine siamo al labirinto degli Inca dove secondo la leggenda chi si perde ha qualche nodo da sciogliere nella sua vita. La guida se ne va e mi perdo due volte prima di ritrovare il punto di partenza; finisco in stanze senza uscita, ma in compenso trovo un punto panoramico. Saluto la comitiva baci e abbracci buon viaje mucha suerte, mucho gusto e mi siedo per terra stendo il telo e mi appresto a mangiare le lasagne del lago titicaca, avanzate da ieri e bellamente impacchettate da Stefano e Raquel. E proprio mentre mi appresto ad azzannare la prima forchettata che sento un rumore, e' Pierre perso anche lui e lo saluto augurandoci buon viaje e tutto il resto e se ne va e mi riappresto ad azzannare la lasagna che sento ancora Pierre, che deve aver dimenticato qualcosa, invece e' Maria che si siede al mio fianco, apre lo zaino andino e tira fuori queso, chorizo, tomate y pan. Ho sempre invidiato quei viaggiatori che aprono lo zaino e tirano fuori scatolette di plastica trasparente pieni di alimenti del posto ortaggi verdure e frutta. Le faccio assaggiare le magnifiche lasagne di Raquel e in cambio ricevo un mini sandwich che mi ricorda l'Italia (il chorizo e' una specie di salame..) e alcune parole, mi racconta del suo viaggio. Maria vive a Edinburgo-Scozia e' insegnante di spagnolo e inglese ed e' in viaggio da undici mesi, lavorando in Nuova Zelanda che pare sia il paradiso dei viaggiatori (natura, lavoro in abbondanza e buona paga). Il suo viaggio e' iniziato in Thailandia poi Laos Malesia Australia N.Zelanda Chile Peru e infine Bolivia, Isla del Sol. E mi parla della Scozia e dice che e' arrivato il momento di tornare a casa. Ma ecco che spunta la testa di Pierre: ¿Mariaaa vamonos? E Maria che stava masticando gli dice di incominciare ad andare avanti che li raggiunge, Pierre come risposta emette una specie di grugnito. E' questo il momento che incominciamo a parlare di cazzate e il tempo passa senza che ci mostriamo per quello che siamo, che tanto siamo destinati alla separazione. Sara' passata una mezz'ora che rispunta il piccolo Pierre con Gael a separarci ed e' quasi un sollievo e ritorniamo fino al bivio che divide le nostre strade e ci salutiamo un'altra volta.
Camminando penso a quel panorama magnifico e mi riprometto di ritornarci ma il destino a ben altro in mente per me. Quando sono quasi arrivato a Challapampa mi ricordo del bar buena-onda e mi fermo proprio ai piedi e salgo la scalinata e col fiatone mi siedo sotto al tetto di paglia e un hippie colombiano mi serve questa deliziosa spremuta di ananas che mi sto' scolando proprio ora, mentre ti racconto queste cose. h 16,30
h 23:00
Ne sono successe di cose, c'e' stato un momento che la serata si poneva pessima, cenando in tavolata improvvisata, io estraniato dai monologhi di un'americano nepalese, la lituana che stava mezza addormentata e il lituano preoccupato di fare una domanda ogni tanto e Andreas che incitava il protagonista assoluto con espressioni di stupore e domande ben mirate.
Andreas e' londinese ma parrebbe tedesco, l'ho incontrato camminando per Challapampa, andavo in cerca del sole che ancora illuminava un prato oltre il promontorio. In chi mi imbatto? In Andreas che tornava da li ed e' subito buena onda. "Vado in cerca del sole" gli dico e lui sorride e non dice niente. Mi dirigo verso la luce preceduto dall'immancabile cane-guida (e' la terza volta che un cane mi fa da guida, Iruya Cajamarca e ora la Isla,,, tre posti magnifici) e percorro un sentuiero costeggiando la baia dove un barca galleggia e sopra un pescatore intento a tirare la sua rete, e a ridosso della collina, giro un'angolo e mi trovo davanti l'ennesimo spettacolo: lo sfondo delle vette innevate e davanti a me il verde di un campo da calcio immenso.
Ritorno al pueblo con questa immagine nella mente, compiaciuto caracollo sulla playa e ci trovo il biondo Andreas intento a comprare cose alla tienda-kiosko e lo saluto "hola amigo" e tiro dritto verso una coppia di anziani che mirano l'orizzonte e guardo e il cielo e' viola e un'altra volta godo dei miei occhi. Mi siedo sul muretto e con la coda dell'occhio vedo Andreas al mio fianco, tutto questo mentre un'asino bruca ai miei piedi. Infine arrivano i lituani attratti dal nostro essere gli unici turisti nell'arco di km (eccettuata la coppia di vecchietti) e si va tutti a cenare insieme al 'coca bar' di Beto (l'hippie colombiano) e Georgina e al suo splendido panorama. Quando entro nella veranda del bar, forse preso da masochistica euforia da socializzazione, attacco discorso con l'americano che mi asciughera' per tutta la sera. Finalmente la cena finisce e il gruppo si screma e rimaniamo noi quattro a parlare ed e' subito feeling e la sensazione e' di aver trovato delle persone speciali.
Ritorno a casa e la sabbia e' neve, Challapampa un villaggio alpino e il lavabo fosforescente. Potere della luna piena...

1 Commenti:
è mattina, 8.58..e dopo aver letto il tuo ultimo giorno...ho deciso di andarmene dall'ufficio!!
ps.. hai sciolto i tuoi nodi?
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